Iraq, il prezzo del petrolio
↖ Nahr Bin Umar, Iraq (2023). Bambinə giocano su una terrazza accanto al giacimento di Nahr Bin Umar, a poche decine di metri dai pozzi petroliferi che bruciano gas giorno e notte vicino alle case.
↑ Nahr Bin Umar, Iraq (2023). Un pastore riconduce il gregge a casa. Anche gli animali subiscono gli effetti dell’inquinamento.
© Daniela Sala
↖ Zubayr, Iraq (2025). Allevatori di piccioni curano i loro animali, un hobby quotidiano in un paesaggio segnato da inquinamento e industria.
↑ Chibayish, Iraq (2025). Alcune donne all’alba attendono i pescatori di ritorno dalle paludi, per acquistare l’ormai scarso pescato e rivenderlo in città.
© Daniela Sala
L’Iraq è uno dei Paesi al mondo più vulnerabili alla crisi climatica e alla scarsità idrica: intere regioni del sud, un tempo fertili e ricche d’acqua, rischiano di diventare inabitabili nel giro di qualche decennio. Troppo spesso, però, si parla poco delle responsabilità alla base di questa crisi e del settore che più sta accelerando l’accaparramento delle risorse idriche nel Paese: l’industria fossile.
In Iraq, infatti, l’acqua viene utilizzata direttamente nei processi di estrazione del petrolio. Dal 2003, anno dell’invasione americana, i giacimenti sono gestiti da compagnie petrolifere straniere tra cui Eni, BP, ExxonMobil e molte altre. Le compagnie fossili utilizzano grandi quantità d’acqua, dirottata attraverso canali e tubature dai fiumi Tigri ed Eufrate. Il petrolio rappresenta il 95% delle esportazioni del Paese, che si colloca al sesto posto al mondo per produzione di greggio. Tra il 2021 e il 2023, l’Iraq è diventato il principale esportatore verso l’Italia, con un incremento del 15%.
L’inchiesta, avviata nel 2023, ha rivelato come fonti d’acqua dolce fondamentali per le popolazioni locali vengano deviate verso i giacimenti di Zubair e Rumaila, con effetti gravi sulle aree umide a nord di Basra, ormai in gran parte prosciugate anche a causa di infrastrutture idrauliche costruite per conto di Eni. Il lavoro ha inoltre raccolto elementi sull’impatto sanitario dell’estrazione petrolifera, evidenziando come i casi di cancro nel governatorato di Basra sarebbero almeno quattro volte superiori rispetto ai dati ufficiali.
Nel 2025, grazie a una missione sul campo nelle paludi di Hawizeh, al confine con l’Iran, il team ha documentato nuove esplorazioni nel cuore dell’area protetta, teoricamente tutelata dalla Convenzione di Ramsar e dall’UNESCO.
↖ Chibayish, Iraq (2025). Il flaring del giacimento di Al Qurna è visibile a 60 km di distanza, dalle paludi di Chibayish.
↑ Nahr Bin Umar, Iraq (2023). Pesce in vendita lungo il fiume Shatt al-Arab. Il pesce non è stato pescato nel fiume, dove ormai non si pesca praticamente più nulla, ma da un allevamento.
↓ Basra, Iraq (2023). Schiuma e rifiuti nel canale Ashaar. I canali di Basra (a cui la città deve l’appellativo di “Venezia del Medio Oriente”) sono ormai discariche a cielo aperto.
© Daniela Sala
Il team
Azhar Al Rubaie • giornalista
Sara Manisera • giornalista, FADA Collective
Daniela Sala • fotogiornalista, FADA Collective
Arianna Pagani • filmmaker e giornalista, FADA Collective
Davide Lemmi • filmmaker e giornalista, FADA Collective
Come è nata l’inchiesta
Questa inchiesta affonda le sue radici in oltre un decennio di lavoro sul campo e di ricerca condotto da diversə componenti di FADA Collective sulla crisi idrica in Iraq e sul ruolo dellə attivistə ambientali nel Paese.
Nel 2019, Sara Manisera e Arianna Pagani hanno realizzato il web-doc Iraq Without Water, attraversando il paese da Mosul a Basra per oltre un mese. Il lavoro racconta come “il paese dei due fiumi” stia progressivamente perdendo il proprio patrimonio idrico. Crisi climatica, siccità, dighe costruite a monte in Turchia e Iran, inquinamento e cattiva gestione hanno messo sotto pressione il Tigri, l’Eufrate e le paludi mesopotamiche, una delle più grandi zone umide al mondo.
Di fronte a questa crisi complessa, in cui questioni sociali, politiche ed ecologiche si intrecciano rischiando di alimentare futuri conflitti, una nuova generazione di giovani attivistə prova a sensibilizzare l’opinione pubblica. Nello stesso anno, infatti, è stato realizzato il documentario Iraq: a generation in the frontline, trasmesso da Arte, che racconta la rivolta giovanile esplosa a Baghdad contro corruzione, interferenze straniere e un sistema politico percepito come immobile. Attraverso le storie di Huda, Ali e Salman, il film restituisce la nascita di un nuovo movimento sociale, capace di riappropriarsi dello spazio pubblico nonostante la violenta repressione.
Due anni più tardi, nel 2021, il documentario Iraq: Fight or Flight torna a raccontare le traiettorie di tre giovani difensorə dei diritti umani. Tra esilio forzato e resistenza quotidiana, il racconto intreccia dimensione privata e collettiva, raccontando le sfide di chi continua a lottare per diritti fondamentali come l’accesso all’acqua, la libertà di espressione e i diritti civili in un contesto segnato da conflitto e grande instabilità.
L’attuale inchiesta sulle responsabilità dell’industria petrolifera prende forma nel 2022, a partire da una prima candidatura a un grant di Journalismfund Europe. Dopo una prima fase di ricerca, il team ha trascorso un mese sul campo all’inizio del 2023, in particolare nell’area di Basra, approfondendo l’impatto delle attività estrattive.
Nel 2024, il lavoro riceve un nuovo impulso grazie al contatto con alcune fonti, che porta alla decisione di proseguire l’inchiesta. Una seconda fase di finanziamento consente un ulteriore mese di ricerca sul campo, condotto insieme al giornalista iracheno Azhar Al-Rubaie, tra Basra e le paludi di Hawizeh. Il team documenta l’avanzata delle compagnie petrolifere all’interno delle aree umide che dovrebbero essere tutelate dalla Convenzione di Ramsar e dall’UNESCO.
Parallelamente, Daniela Sala ha contribuito all’indagine con un lavoro di ricerca, realizzato con EIF, consorzio globale di giornalismo d’inchiesta, sulla sovrapposizione tra aree protette e concessioni per attività estrattive di idrocarburi, inserendo il caso iracheno in un quadro più ampio di pressione estrattiva sugli ecosistemi fragili.
↖ Zubayr, Iraq (2025). Un agricoltore tra i resti di una costruzione su un terreno agricolo che era di sua proprietà ma che ora è stato inglobato dal giacimento di Zubayr.
↑ Al Qurna, Iraq (2025). Alcuni bambini giocano a calcio accanto ai pozzi di petrolio. Il flaring espone i residenti locali a gravi rischi per la salute.
↓ Zubayr, Iraq (2023). Falah osserva un ritratto del padre, morto a causa di un cancro al fegato.
© Daniela Sala
Dove si legge, guarda o ascolta
IrpiMedia, 4 giugno 2025
↗ L’ecocidio in Iraq. Come le grandi aziende del petrolio stanno desertificando il Paese
The Guardian, 13 agosto 2025
Al Jazeera, 18 agosto 2025
IrpiMedia, 12 aprile 2023
↗ Iraq senz’acqua: il costo del petrolio che arriva fino in Italia
Radiotelevisione Svizzera Italiana, 19 marzo 2023
The Guardian, 3 giugno 2023
↗ Iraq’s oil boom blamed for worsening water crisis in drought-hit south
OneWater.Blue, 14 febbraio 2024
↗ The price of oil: Iraq’s drought exacerbated by oil industry’s thirst for water
Documentario disponibile su OpenDDB, 2021
Web-doc, 2019
Arte, 2019
Premi e riconoscimenti
L’inchiesta è stata finalista al Premio Daphne Caruana Galizia 2025
L’inchiesta ha vinto l’European Press Prize 2024, prestigioso riconoscimento per il giornalismo di qualità in Europa, nella categoria Investigative Reporting Award
L’inchiesta ha vinto il Premio Bonfanti 2024
Il reportage fotografico di Daniela Sala in Iraq è entrato nella shortlist del Kolga Tbilisi Photo 2024
Il reportage fotografico di Daniela Sala è entrato nella shortlist del One Water Photo Prize 2024, un concorso fotografico internazionale organizzato dal Programma mondiale di valutazione delle risorse idriche dell’UNESCO.
Il reportage fotografico di Daniela Sala ha vinto il secondo premio al World Water Day Photo Contest 2024.
Il web-doc “Iraq Without Water” di Sara Manisera e Arianna Pagani è stato premiato a New York agli UNCA Awards 2021.
Oltre la pubblicazione
I risultati dell’inchiesta sono stati presentati durante le assemblee degli azionisti di Eni, entrando così nel registro ufficiale dell’azienda e contribuendo a rendere visibili le responsabilità dell’industria fossile. Parte della documentazione è stata inoltre condivisa con team legali impegnati nella campagna globale per il riconoscimento dell’ecocidio come crimine internazionale.
Le immagini e i materiali raccolti sono stati utilizzati durante il Global Strike contro Eni dell’aprile 2024, mentre le informazioni emerse hanno alimentato il dibattito parlamentare in Iraq e le mobilitazioni della società civile, in particolare del movimento Humat Dijlah.
L’inchiesta ha inoltre contribuito alla costruzione di una rete transnazionale di attivistə e giornalistə tra Iraq, Italia e Regno Unito, rafforzando connessioni e scambi tra contesti diversi, ma attraversati da dinamiche comuni legate all’estrattivismo fossile.
Parallelamente, il progetto ha dato origine a un lavoro di formazione e a diversi incontri pubblici, in particolare nelle scuole, per discutere di crisi climatica, greenwashing e impatto delle multinazionali del petrolio e del gas, contribuendo a costruire consapevolezza critica nelle nuove generazioni.
Il lavoro è stato presentato anche in contesti internazionali, come l’IMED International Journalism Forum di Atene nel settembre 2024, ampliandone la diffusione e il confronto con la comunità giornalistica globale.